Un nuovo modo di intendere il lavoro è possibile?

A cura di Andrea Pozzatti

Il nostro tempo si confronta sempre più con la tecnologia, che ha inciso e continuerà a modificare sempre più il nostro modo di vivere e di lavorare, affrettando il cambiamento dei comportamenti delle imprese e dei rapporti di lavoro.

Sarà forse proprio la tecnologia ad “aiutare” il lavoro a trovare regole più chiare ed attuali?

Il presidente dell’INPS Boeri ha affermato pochi mesi or sono che il primo asse su cui INPS vuole migliorare è utilizzare al massimo le opportunità che ci offre la digitalizzazione, la comunicazione via telematica per stabilire un rapporto diretto con il mondo delle imprese, disintermediare questo rapporto. Le imprese non devono più necessariamente dover ricorrere a degli intermediari.
Oggi viviamo una realtà assai distante da questo “sogno”, con l’aggravante che l’interlocuzione con l’istituto è divenuta quanto mai complessa e lenta, per non dire impossibile, posto che sono state chiuse le tradizionali linee di dialogo reale, sacrificandole sull’altare di una mal interpretata digitalizzazione delle relazioni.
Negli ultimi anni la PA ha attuato di fatto un colossale processo di esternalizzazione del caricamento dati nei propri archivi, attraverso il lavoro quotidiano dei professionisti e dei loro studi.

In questo modo l’amministrazione riesce ad aggiornare i propri data base in tempo reale, senza però voler realmente valorizzare questa situazione con un’offerta di servizi efficienti, veloci e certi, anche in termine di monitoraggio tempestivo dei comportamenti irregolari.
Immaginare una tecnologia capace di gestire senza intervento umano l’attuale complessità della normativa è irrealistico; la strada da intraprendere è certamente quella della digitalizzazione, ma senza che i costi del progresso ricadano esclusivamente sui “soliti noti”.

Si parla di lavoro agile grazie all’evoluzione delle tecnologie ICT, che rimuovono barriere temporali e logistiche, ma aprono parimenti la riflessione su nuove forme di monitoraggio e controllo del lavoratore, potenzialmente sempre tracciato in ogni momento della sua vita, oltreché del lavoro.
Il ministro Poletti ha definito più volte l’orario di lavoro “un morto che cammina”, mentre i vincoli esistenti rendono di fatto impraticabile qualsiasi forma di flessibilità reale, basata sul risultato e non meramente sulle ore lavorate.
La meritocrazia fatica a trovare spazio in un panorama che da tempo ha decretato il livellamento verso il basso, a scapito di impegno personale, responsabilità e partecipazione. Ne è un esempio lampante la scarsissima percentuale di organizzazioni e di PMI, che oggi dispone di un reale sistema di valutazione delle performance individuali e collettive e di un programma di incentivazione coordinato.

Siamo figli di una storia che distingue fra capitale e lavoro e li vuole duellanti ogni giorno l’uno di fronte all’altro, in un’eterna lotta di vittorie e sconfitte a somma zero, che hanno di fatto inchiodato verso il basso la produttività, limitato l’espressione dei talenti ed il riconoscimento del merito.

Lo smart working (quasi una metafora del cambiamento) si propone come una dimensione nuova del rapporto di lavoro, dove di fatto il venir meno della subordinazione spaziale e temporale contribuisce a rendere attuali assetti organizzativi, che offrono spazio alla valorizzazione della performance del dipendente, avvicinandolo al lavoratore autonomo per quanto riguarda i comportamenti organizzativi.
Appare chiaro che un’azienda che decida di sviluppare il proprio modello di business servendosi dello smart working debba dedicare una particolare attenzione a condividere un patto di fiducia con il proprio personale, che sostanzialmente ridefinisca vincoli e diritti reciproci, anche per quanto attiene elementi cardine del rapporto di lavoro subordinato tradizionale, quali il potere di direzione e controllo o l’obbligo di fedeltà e riservatezza ed il cui focus è ora rappresentato dalla performance ottenuta dal lavoratore.

Un nuovo modo di intendere il lavoro è possibile?

Certamente, come è assolutamente indispensabile risolvere l’eterna ed anacronistica dicotomia fra lavoro subordinato ed autonomo.
Il lavoro è uno solo e rappresenta un diritto/dovere per ogni cittadino.