Il lavoro femminile: dal gender pay gap al welfare professionale/2

A cura di Patrizia Gobat

A fronte di un costante progressivo trend di crescita della femminilizzazione nelle libere professioni la penalizzazione in termini di gap reddituale è confermata. In particolare il divario aumenta significativamente proprio nel momento e nelle fasce di età in cui la professionista donna è chiamata alle funzioni di cura sia verso i figli che verso gli anziani della propria famiglia. Tale situazione preoccupa soprattutto per le ripercussioni che inevitabilmente si notano già ora nelle pensioni corrisposte dalle casse previdenziali ai propri iscritti. Di più. Tale situazione causerà problemi di sostenibilità del sistema, in previsione di un costante aumento della presenza numerica femminile all’interno delle categorie a fronte di contributi versati in proporzione al reddito e quindi sempre minori, essendo il reddito delle professioniste donne di fatto minore a parità di lavoro rispetto a quello percepito dai colleghi uomini.

Ancora una conferma dai numeri dell’indagine svolta da Adepp (Associazione degli Enti di previdenza dei liberi professionisti) nel 2015 e un segno negativo sul fronte redditi: in media -18,35% dal 2007 al 2014. Biologi, Consulenti del lavoro, Notai, psicologi, Avvocati, Infermieri e Architetti le professioni più colpite. Ancora un age pay gap drammatico: un giovane professionista guadagna in media 12.469 euro lorde all’anno, poco più un trentacinquenne (17.852 euro lorde all’anno), si deve arrivare alla fascia 45/50 anni per trovarsi di fronte ad uno stipendio che ha la dignità di chiamarsi tale, poco più di 40mila euro lorde all’anno. E poi ancora il gender pay gap che registra picchi del 50% in meno di reddito tra una professionista donna e un collega uomo. Un quadro complessivo che racconta non solo come la crisi stia ancora impattando sulle professioni ma quanto il nostro Paese sia diviso in due.

E quale ripercussione nel conseguimento della pensione, se pensiamo che gli assegni saranno via via più bassi per effetto delle riforme e dell’allungamento del periodo lavorativo anche in riferimento all’aumento dell’aspettativa di vita che si attesterà, a regime, a 70 anni?

Se a queste evidenze aggiungiamo l’assenza di una programmazione di misure di welfare adeguate capiamo con quanto coraggio le professioniste affrontino, oggi, il mercato del lavoro.

L’attenzione del sistema delle casse di previdenza private è, di fatto, aumentata nell’ultimo decennio. Quasi tutti gli enti si sono dotati, con risorse proprie, di un sistema di welfare che verte principalmente sull’ampliamento delle tutele della maternità e dei congedi, nonché sulla protezione degli iscritti in quelle fasi della vita caratterizzate da malattie invalidanti per lunghi periodi (long term care). Tuttavia siamo lontani dalla strutturazione di un sistema comune che, sperimentato nell’ambiente ancora “sano” delle casse dei professionisti, potrebbe diventare un modello anche per il welfare pubblico.

Prendendo spunto dallo “STATUTO DEL LAVORO AUTONOMO” potremmo pensare di adeguare le nuove norme a sostegno del lavoro autonomo anche al lavoro professionale.

Le misure generali già applicabili sono quelle relative alla tutela del credito e alla deduzione di determinate spese, fondamentali per lo svolgimento dell’attività professionale, quali le spese per la formazione fino a euro 10.000 e l’allargamento alle lavoratrici autonome di ulteriori tutele per maternità, malattia e congedi.

La portata innovativa di questo provvedimento legislativo, nello scenario italiano, è che il lavoro autonomo e professionale entra in pari dignità con quello dipendente sul quale, fino ad ora, si sono concentrate le maggiori tutele e garanzie.

La confermata possibilità di accedere ai finanziamenti europei apre una nuova e ampia opportunità per fruire delle risorse che la Comunità mette a disposizione in questo ambito.

Il cambiamento e il futuro esigono un’inversione di tendenza rispetto al passato: la solidarietà intergenerazionale e l’equilibrio di genere non possono attendere oltre.